Gianluca Marziani
Critico/curatore d'Arte Contemporanea
www.gianlucamarziani.com
gianlucamarziani@mac.com


Edward Lucie Smith
Paola Gandolfi
Miriam Mirolla
La recherche de ma mère
Barbara Massimilla
Quando la pittura diventa sogno
Miriam Mirolla
Macchina madre
Alessandro Riva
Le idee dentro
Lidia Ravera
Paola Gandolfi
Gianluca Marziani
Esercizi di scultura (micro e macro)
Riccardo Giagni
Ilo nome P-A-O-L-A
Maria Rosa Sossai
La politica dello sguardo







ESERCIZI DI SCULTURA (MICRO E MACRO)
Gianluca Marziani

Aggirarsi attorno alla superficie arida del tallone, direzionarsi lungo i campi incisi della pianta sinuosa, aggrovigliare il passaggio tra le dita sondanti, scivolare sopra le unghie modellate... Arrampicarsi sulla base sublime della caviglia, salire lungo la tibia per tuffarsi nella morbidezza carnosa del polpaccio, fermarsi sulla seduta rigorosa del ginocchio, salire ancora nella geografia ampia della coscia profumata... Sentire odori acri, muovere la tensione erotica tra le gambe aperte, perdere l’orientamento nella foresta tonificante che apre il varco dell’assoluto... Andare lungo le pieghe muscolose dell’addome, sul ventre collinare e sul lago asciutto dell’ombelico... Ondeggiare tra le morbide montagne dei seni interrogatori, attorno al sistema gravitazionale dei capezzoli rigidi... Muovere l’energia lungo braccia filanti come indicatori dell’orientamento stellare... Arrampicarsi tra le dita di mani magrissime, sopra le unghie ovali dal colore neutro... Incastrare le proprie falangi dentro la massa di capelli che riscaldano, fissare la passione negli occhi liquidi, sfiorare le labbra elastiche... Entrare dentro, scendere oltre la gola, varcare la soglia dell’organismo nascosto, scoprire i territori montagnosi dello spirito, trovare le zone indecise della coscienza, catturare le speculari tensioni che rendono imperdibile l’universo interiore della femminilità...

La Donna come formulazione possibile dell’ulteriore
La Donna come apoteosi oltre il limite della norma

Territori femminili tra interno ed esterno
Forme del corpo come forme del mondo nascosto

L’arte di PAOLA GANDOLFI racconta la Donna con un’attitudine empatica e una complessità psicologica davvero magistrali. Da qui, però, non limitiamoci ai giusti percorsi psicanalitici che si attivano tramite la sua iconografia. Vorrei, al contempo, scansare le facili letture ideologiche, i temi sulle liberazioni identitarie per femminismi miopi e altre retoriche da signorine rabbiose. Personalmente, mi colpisce (nel cervello e sulla pelle) la passione vibrante dell’artista, l’attaccamento esigente alla propria natura, il senso intimo della condizione femminile in una società di (non)regole spesso arcaiche. Con la sua arte percepisco l’energia demiurgica della “donna universale”, sento il peso di una centralità storica del ruolo oltre il ruolo. Che non significa soltanto “culto della riproduzione” ma capacità complessa di governare le ragioni, psicologiche ed emotive, del reale.

La Donna come condizione del passaggio identitario
La Scultura come condizione del passaggio plastico

Seguendo i flussi colorati del disegno e della pittura, la migliore entropia creativa ci porta alle forme plastiche di Paola Gandolfi. Precisamente alla grande scultura e alle (micro)sculture indossabili di questo progetto. Un viaggio aperto lungo le direttrici di ulteriori possibilità espressive. Che sembrano molto affini ai codici visivi della sua pittura. Diciamo pure che diventano il completamento di un elastico andirivieni tra corpo e mente, istinto e ragione, potere e dovere, parola e silenzio.
Sul muro bianco spuntano braccia candide che indossano le piccole sculture per soggetti sensibili. La sequenza si dispone con moti progressivi da fotodinamismo spirituale: finché le microsculture si fissano come lampi perpetui di luce dorata, un abbaglio barocco saturo di carica spirituale e nervi scoperti. La cultura del corpo interiore rinasce su anelli, collane, bracciali, spille, orecchini e altre forme scultoree: da vivere fisicamente, psicologicamente, emotivamente...

Non ho mai usato il termine “gioielli” ma SCULTURE INDOSSABILI. Diciamo, se ci fosse bisogno di ricordarlo, che le parole hanno un solido peso specifico e contano moltissimo per storia e contenuti. Il gioiello presuppone un progetto dove un elemento inorganico (il gioiello, appunto) si dispone su un elemento organico (la persona). Nel caso della Gandolfi ogni pezzo rappresenta un graal organico che completa la vitalità del fruitore. Le forme sono proiezioni plastiche di un frammento vivo che si sovrappone ai punti nevralgici della persona. Un anello col dettaglio del dito, elementi che richiamano le similitudini tra capelli e cavi elettrici, l’orecchino a forma di orecchio con un piccolo brillante incastonato sul lobo, la collana con una sequenza di braccia, altri brandelli corporei, altre ironiche mutazioni della bellezza... sono alcuni tra gli infinitesimali punti che congiungono l’esterno del corpo dipinto e l’interno della visione distorta. Sentiamo la coscienza plastica dell’oggetto indossabile, il valore morale delle sue volumetrie psicanalitiche, la potenza compressa della microforma ormai universale. Tornando alla pittura, quando le gambe o le braccia si moltiplicano spicca il potere dell’interpretazione multiforme sopra la pelle del racconto. Lo stesso se fissiamo i corpi speculari, le frammentazioni di una singola figura, le teste che galleggiano, i capelli invasivi. La Gandolfi reinventa l’abito esterno attraverso un corpo dinamico e cerebrale, pronto a plasmarsi sulla frequenza delle condizioni interiori. Per un attimo vediamo noi stessi con gli occhi dell’artista, non valutando l’impossibile ma le realistiche devianze di una sovrapposizione tra mente e realtà.

Si può scendere ancora più giù, nel remoto angolo dello spirito femminile, nei meandri accecanti del puro istinto: dove la libertà incrocia il pericolo dell’eccessivo coraggio; ma dove ogni visione distorta diventa plausibile, realizzabile, eliminabile.
Si può scendere al piano inferiore della galleria, nella sacca amniotica di questi silenziosi esercizi scultorei. Una grande donna in ceramica galleggia nel liquido gassoso del sottosuolo. Appare scomposta in alcuni blocchi ricollegabili, ricreando l’epidermide mentale delle figure pittoriche. E’ la prima grande scultura della Gandolfi: un esercizio perfettamente riuscito per integrare la visione bidimensionale nel volume complesso della materia. Immaginiamola come una madre che ha prodotto le microsculture del piano superiore. Il suo corpo è il corpo della Donna che cerchiamo, indaghiamo, scrutiamo, odoriamo, tocchiamo, prendiamo...

Ogni frammento contiene l’interezza dell’essere