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Il nome P-A-O-L-A
di Riccardo Giagni
Prima di Struwwelpeter, prima che Sylvie e Bruno inizino a parlare, prima ancora della prima eco di una prima parola esoterica, prima della prima parola-baule, un movimento involutivo conduce sul limitare di uno spazio nuovo, lo spazio che contiene i segreti del divenire.
Si tratta di scendere con prudenza.
Persino nella pratica ascensionale del sogno ridestato è raccomandabile non abbandonare il sognatore in cima alla sua salita; è bene, piuttosto, farlo ridiscendere progressivamente, dolcemente al suo livello di partenza: le tappe discrete di questo cammino inverso sono i “sogni di discesa”, sogni di ritorno che riportano, che assecondano una quieta assimilazione del divenire “dal di dentro”. Sogni protettivi, poiché la discesa rischia ad ogni istante di confondersi se non addirittura di trasformarsi in caduta.
Si entra allora per infusione in un regno nuovo. Tutto cambia, tutto diviene, tutto si trasforma, nello spazio segreto governato dal regime notturno delle immagini: il corpo, il tempo, lo spazio stesso. E il carburante potente ma leggero del fantasticare senza passato e senza prospettive muove persino il linguaggio, lo scuote con radicalità, con dolcezza sin nelle sue pieghe più antiche, sin nei suoi assetti apparentemente più stabili: al tempo che “è uscito dai suoi cardini”, al corpo che perde per strada i suoi organi e altri ne acquisisce in sovrannumero risistemandoli secondo altre e più misteriose necessità, corrisponde sempre una parola che si fa oggetto-soggetto di innumerevoli rifrazioni.
Una nuova motilità investe dunque la lingua in tutte le sue manifestazioni possibili, dal discorso al fonema, dal verso alla singola parola: la profondità è il suo stigma e la lentezza la sua precondizione. Possiamo domandarci con Guillaume de Machaut cosa vi sia di più duro di un diamante e subito, con Mallarmé, udirlo piangere “nella carne”, ascoltarne il dolore nello spezzarsi delle tre sillabe del suo nome, nel ritmo nobile di un verso alessandrino. O sorridere assieme a Debord del mondo ingannevole evocato da François Villon con l’inganno di un ottonario che ha l’apparenza di un verso di sei piedi.
... le monde n’est qu’abusion...
Anche Alice, se la sua discesa fosse stata lenta e non al contrario precipitosa e interminabile, avrebbe partecipato di quell’assenso intimo alla nuova condizione temporale che il presentarsi alla soglia notturna dello spazio favorisce. Si sarebbe acclimatata, insomma; avrebbe ripercorso in sé i gradienti dell’asse simbolico della discesa, sempre più fragile, sempre più delicato rispetto a quello dell’ascensione. Un asse orientale, anche. Nel segno del numero cinque e del suo ritmo proprio, guardie quinarie del suono che arriva a noi dal centro del mondo, l’ishraq, l’oriente delle luci, quell’oriente che da sempre e misteriosamente esse sorvegliano e trasmettono.
...t’ints’qaro, c’amovi are, t’ints’qaro...
Per disporre l’orecchio alla custodia delle intermittenze di questo suono bisogna invaginarsi in una profonda dimensione d’ascolto: lasciar maturare e poi precipitare l’ascolto in un’ampia apertura e accogliente. Crescere, rimpicciolire, segmentarsi, proliferare - in quanto nomi, in quanto corpi, in quanto tempo, in quanto spazio - nella grande pace silenziosa della pura estensione feconda, la natura femminile dello spazio, unica vera: dacché solo la poesia ha intuito che occorrerebbe violare la stessa concordanza di genere e ricollocare sul loro trono legittimo la tempo, la corpo, la spazio...
Nei Sette pilastri della saggezza, Thomas Edward Lawrence osserva che per quanto tutti gli esseri umani sognino, non lo fanno tuttavia allo stesso modo. A coloro che sognano di notte egli oppone i sognatori diurni: creature pericolose perché possono interpretare il proprio sogno ad occhi aperti e renderlo possibile.
...pour ouïr dans la chair pleurer le diamant...
Riccardo Giagni, 2004